Home Le antiche civiltà La civiltà Cretese LA CIVILTÀ DI CRETESE

LA CIVILTÀ DI CRETESE

Potrebbe forse stupire che la grande civiltà greca, uno dei più alti esempi delle realizzazioni umane (tanto da fregiarsi del titolo di «civiltà classica») abbia attecchito in un Paese tanto povero come la Grecia: una terra aspra, di brulle montagne, scarsi corsi d’acqua e lambita da un mare notoriamente avaro di pesce – una serie di fattori che forgiarono il carattere di un popolo tenace e dedito al commercio. E potrebbe forse stupire che i primi palpiti di questa civiltà sbocciarono non sul continente, ma sulle isole egee, tra la Grecia e la Turchia: alla complessa attività politica, economica, artistica che qui si sviluppò si dà il nome di «civiltà cretese» (dall’isola di Creta che ne fu uno dei centri principali), o di «civiltà minoica» (dal mitico Minosse, primo Re di Creta e fondatore della civiltà), o più in generale di «civiltà egea».

Le molte isole del Mar Egeo e le terre che lo circondano furono abitate fin dal periodo neolitico, a partire almeno da 6.000 anni prima di Cristo. Verso il 2.600 avanti Cristo, provenienti forse dall’Asia Minore, giunsero nell’area egea nuove tribù che portarono con sé l’uso del rame e l’abilità nella lavorazione dei metalli. Devono esserci stati intensi scambi commerciali – e di conseguenza anche scambi culturali e di idee – non solo con l’Asia Minore, ma anche con la Siria e con l’Egitto.

Intorno al 2.000-1.900 avanti Cristo sorsero, nell’isola di Creta, tre palazzi: a Cnosso, a Festo, a Mallia; il primo (il più grande) e l’ultimo (il più piccolo) nei pressi della costa settentrionale, l’altro vicino alla costa meridionale. Erano costruiti su colli, a più piani, privi di finestre al piano terreno ma con numerose aperture ai piani superiori. Si trattava, in realtà, di vere e proprie città: intorno ad un vasto cortile centrale di forma rettangolare si organizzavano molti ambienti, da quelli adibiti alla rappresentanza o a zona residenziale, ai laboratori ed ai magazzini per le derrate alimentari. Essi ci fanno pensare ad una società attiva, libera, ricca ed evoluta.

Dagli affreschi murali dei palazzi di Cnosso e di Festo ci si può fare un’idea abbastanza chiara del tipo fisico degli antichi Cretesi: avevano corporatura snella, capelli neri e ondulati, naso aquilino. Le donne indossavano un corsetto a mezze maniche e lunghe gonne pieghettate a colori vivaci; portavano capelli lunghi, che scendevano in grosse trecce sulle spalle. Gli studiosi stimano che venissero da qualche regione del Levante o che fossero profughi fuggiti dall’Egitto sconvolto da disordini interni.

Le fonti greche designano gli abitatori di Creta come Pelasgi, una popolazione di varie regioni della Grecia e di molte isole dell’Egeo, migrata anche nel Vicino Oriente e nell’Italia Centro-Meridionale, sulla cui provenienza non vi sono attestazioni sicure: alcuni identificano i Pelasgi con i Filistei, altri con i Tu-ru-sa (Tirreni o Tirseni) antenati degli Etruschi – a Lemno, abitata da Pelasgi Tirreni, furono in effetti scoperte iscrizioni in una lingua analoga a quella etrusca.

Intorno al 1.700 i tre palazzi vennero distrutti, forse da un terremoto, e poco dopo ricostruiti più grandi e più belli, oltre a quello di Cania (in gran parte ancora da scavare), ad altri palazzi minori e ville. Non erano difesi da mura, ciò che rivela l’assenza di guerre; probabilmente alla difesa dell’isola contro l’assalto dei nemici esterni provvedeva una flotta numerosa e potente: alcuni storici greci ci riferiscono infatti che, al tempo del Re Minosse, Creta aveva raggiunto una grande potenza marinara.

Il palazzo di Cnosso presentava una disposizione estremamente complicata dei corridoi, delle stanze e degli atrii dei vari piani, tanto da far nascere la leggenda dell’esistenza di un Labirinto talmente complicato, che chiunque vi si fosse avventurato non sarebbe più riuscito a ritrovare la via d’uscita; non era però, come si sarebbe portati a pensare, una costruzione tetra, ma un edificio imponente e allo stesso tempo grazioso, adorno di colonne dai vivaci colori e di stupendi affreschi murali: popolo eminentemente marinaro, i Cretesi riproducevano di preferenza la flora e la fauna dei fondali marini, con pesci, polipi, ciuffi d’alghe. Vi erano anche servizi igienici, condutture per l’acqua potabile e quella piovana, e tutta una complessa rete di canali di scolo che confluivano in una grande cloaca centrale. I magazzini reali erano allineati lungo un corridoio di 40 metri di lunghezza e 3 di larghezza: orci colossali di terracotta contenevano vino, olio e grano, che i Cretesi esportavano in grande quantità nei Paesi dell’Egeo, in Sicilia e in Africa scambiandoli con stagno, avorio e oggetti lavorati.

Nei cortili centrali o nelle arene la collettività si riuniva per assistere a manifestazioni ed a giochi ginnici con i tori sacri: il salto sul toro (chiamato dai Greci «taurocathapsia») faceva parte del culto religioso, significando la vittoria dell’abilità e dell’intelligenza umane sulla forza bruta della bestia. L’esercizio, pericolosissimo, praticato da giovani e ragazze, consisteva nell’attendere, fermi, il toro infuriato, scavalcandolo poi con un salto mortale e ricadendogli alle spalle.

A differenza degli altri popoli dell’antichità, i Cretesi non innalzarono templi ai loro dèi: le cerimonie religiose si svolgevano all’aria aperta, sulle vette dei monti oppure all’interno di profonde caverne, ed alle divinità venivano offerti non animali ma vasi, vassoi e statuette. Sembra che la divinità principale fosse una dea, rappresentata con due serpenti in mano; il serpente era il simbolo della morte, ma aveva anche il potere di custodire la famiglia: la dea era quindi venerata come signora del Regno dei Morti e protettrice della famiglia. Uno dei principali simboli religiosi era la bipenne, una scure a due tagli: tale simbolo, associato spesso alla testa di toro, veniva rappresentato non solo nelle caverne sacre, ma anche negli affreschi e inciso nei pilastri dei palazzi; la sacra bipenne veniva chiamata «labrys», e sembra che da questo nome sia derivato quello di Labirinto.

Verso il 1.450, l’isola di Thera (Santorino) esplose: l’isola era in realtà un immenso vulcano, che eruttò con tale violenza, che l’intera parte centrale dell’isola s’inabissò, la città di Akrotiri venne sepolta ed ancor oggi le spiagge dell’anello di terra che è tutto ciò che rimane dell’isola sono nere di cenere vulcanica; l’eruzione provocò una colossale onda di marea che giunse fino alle coste della Siria e devastò l’isola di Creta: i raccolti subirono danni enormi, vi furono altri terremoti, forse anche carestie, malattie epidemiche o rivoluzioni politiche. Fra il 1.400 e il 1.350, i palazzi cretesi vennero definitivamente distrutti dagli Achei, una popolazione stabilitasi nel Peloponneso che occupò l’isola. Una parte dei Cretesi si trasferì in Palestina, dando origine al popolo dei Filistei; quelli che rimasero nell’isola si ritirarono nell’interno e vennero chiamati «Eteocretesi» («i veri Cretesi»). La civiltà cretese aveva cessato di esistere; sulla Grecia continentale, ne stava sorgendo una nuova.