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La poesia Italiana del Duecento

La lingua volgare all’inizio è utilizzata solo per fini pratici (scrivere documenti ufficiali, contratti, leggi), non artistici. I letterati si rivolgono subito ad un pubblico ristretto, che conosce e apprezza il latino e non il volgare. C’è un grande frazionamento culturale: l’Italia non è un paese unito, ma è suddivisa in Comuni, Ducati e Regni.

Nel Duecento si sviluppano in Italia diversi generi:

  • 1. Letteratura religiosa
  • La Scuola Siciliana
  • La poesia comico-realistica
  • Il Dolce Stil Novo
  • La prosa

Letteratura religiosa

Il filone della poesia religiosa è stato tra i primi a svilupparsi nell’ambito della letteratura volgare nell’Italia del XIII sec. e ciò non solo perché lo spirito religioso ha sempre pervaso tutta la cultura del Medioevo, ma soprattutto per il diffondersi di un’ansia di rinnovamento spirituale e di riforma della Chiesa che ha caratterizzato buona parte dell’Italia settentrionale e che ha avuto inizio già nel sec. XII: la Chiesa era scossa da gravi problemi al suo interno come la simonia, la vendita degli uffici sacri da parte delle alte gerarchie, e in generale una diffusa corruzione dei suoi membri, che portarono alla nascita di movimenti eretici che si opponevano in modo più o meno radicale alla struttura ecclesiastica. Tra le eresie più diffuse vi fu certamente il movimento dei Valdesi, dal nome del mercante Valdo di Lione che lo fondò nel XII sec. e che sosteneva il diritto di tutti i credenti di predicare la parola di Dio, nonché un ideale di vita pauperistico che si opponeva alla ricchezza della Curia papale (i Valdesi formarono comunità soprattutto nelle valli alpine tra Savoia e Piemonte), mentre più radicali ancora furono i Càtari, che a partire dalla Francia meridionale nel XII sec. predicarono una visione dualistica dell’esistenza che divideva gli uomini in eletti (o puri) e reprobi, organizzandosi in una gerarchia alternativa a quella ecclesiastica. La reazione della Chiesa fu inizialmente di dura repressione e papa Innocenzo III nel 1208 bandì una crociata contro gli Albigesi, i càtari della città di Albi in Provenza che vennero debellati con stragi indiscriminate (ciò segnò tra l’altro l’inizio del declino della potenza dei feudatari provenzali e della cultura occitanica), mentre nel 1233 venne creato il Tribunale dell’Inquisizione, che papa Gregorio IX affidò in seguito all’Ordine domenicano col compito di processare gli eretici e stroncare così le velleità di rinnovamento religioso. In seguito prevalse un atteggiamento più conciliante che mirava a combattere le eresie anche sul piano dottrinale, con l’aiuto dei frati predicatori (specialmente domenicani) che dovevano diffondere la vera parola di Dio tra il popolo e affiancare i monaci sino allora chiusi nei monasteri, mentre all’interno della Chiesa nacque l’altro Ordine mendicante dei francescani, che faceva proprie le istanze pauperistiche ed egualitarie dei movimenti di protesta ma le portava avanti nel rispetto della gerarchia ufficiale. In questo clima di fervore religioso diventava essenziale l’esigenza di comunicare direttamente ai fedeli attraverso la parola (e non più, come nell’Alto Medioevo, solo con le arti figurative), il che favorì la diffusione di nuovi strumenti catechistici quali la predica, la lauda drammatica e il poemetto di argomento religioso, che potevano rivolgersi a un pubblico popolare di illetterati ma anche di lettori medio-borghesi in grado di intendere un testo scritto.

La Scuola Siciliana

La prima poesia d’arte in volgare italiano, che dà inizio alla lingua e tradizione poetica della letteratura italiana, nasce e si sviluppa nella prima metà del Duecento in Sicilia, alla corte di Federico II. La premessa politica e culturale di questa esperienza letteraria è, perciò, la corte sveva di Sicilia, un ambiente ricco di vita intellettuale, con interessi, oltre che letterari, anche filosofici e scientifici, a cui partecipava attivamente lo stesso Federico II, che riuscì a raccogliere attorno a sé i più grandi dotti del tempo nei vari ambiti del sapere, dando vita ad un vero e proprio centro di interculturalità mediterranea, dove si trascrivevano e traducevano opere dall’arabo, dal greco, dal latino, dal provenzale. In questo che fu definito il primo Stato moderno dell’Europa si sviluppa, perciò, una cultura laica al di fuori ed in antagonismo con la visione religiosa della vita e con le stesse istituzioni ecclesiastiche. In questo progetto politico-culturale di Federico II rientra anche la necessità di creare un forte e centrale apparato statale con l’impiego di funzionari, magistrati, notai che si occupassero dell’amministrazione dello Stato. Proprio essi sono i primi poeti di quella che oggi viene denominata “Scuola poetica siciliana”, con una definizione, cioè, che evidenzia la caratteristica unitaria di questa esperienza ed i tratti tematici e linguistici comuni ai vari poeti. La lirica siciliana nasce, si sviluppa e si conclude nell’arco di venti anni, tra il 1230 ed il 1250, e la sua produzione letteraria conta meno di duecento poesie, mentre i poeti che vi partecipano sono poco più di venti. Il punto di riferimento culturale e letterario della poesia siciliana è soprattutto la lirica provenzale, da cui vengono ripresi temi, forme metriche, aspetti stilistici. Vengono comunque apportate delle significative variazioni. La prima riguarda il rapporto tra poesia e musica che, mentre nei trovatori provenzali erano legate strettamente, nei poeti siciliani scompare, per cui d’ora in poi la poesia è scritta solo per essere letta e non più cantata.

La poesia comico-realistica

La poesia comico-relistica nasce alla fine del Duecento in alcune città della Toscana,dove alcuni poeti decidono di creare poesie con temi e stili comici e realistici,contrapponendosi allo stile provenzale e contemporaneamente alla corrente letteraria dello Stilnovo,quest’ultima nasce tra il Duecento e il Trecento,approfondisce i temi dell’amore che per i poeti è strumento che innalza l’uomo verso Dio,in questa visione fa da tramite la donna che viene ‘angelicata’ all’interno dei componimenti.
I rimatori comico-realistici rovesciano la poesia,e ne fanno una ‘parodia’,ovvero,imitano la letteratura provenzale,ma la adattano ad un nuovo contesto con un fine comico.
Il linguaggio usato dai rimatori,è sempre di registro basso e popolare, le situazioni affrontate sono quelle quotidiane e viene usato quasi sempre il SONETTO ( un breve componimento poetico,composto da quattordici versi endecasillabi,raggruppati in due quartine con rima incrociata o alternata,e due terzine con rima varia).
I TEMI trattati all’interno della poesia sono vari,ma vengono tratte maggiormente situazioni giornaliere e comuni e molte persone del borgo:
-la celebrazione del divertimento da taverna (il cibo,il vino,le prostitute e il gioco d’azzardo);
-il lamento per la miseria;
-l’esaltazione della passione amorosa;
-le polemiche contro tutto ciò che impedisce il godimento dei piaceri.

I due principali esponenti della poesia comico-reliatsica furono Cecco Angiolieri e Filippi Rustico.Della vita di Cecco Angiolieri non si hanno molte notizie:si sa che nacque a Siena intorno al 1260,il padre fu banchiere di papa Gregorio IX e partecipo al governo del Comune di Siena.
Cecco condusse una vita piuttosto movimentata,ebbe problemi con la giustizia e ad un certo punto della sua vita fu costretto a lasciare Siena.
In realtà nonostante la sua vita scapestrata,è un uomo colto,che gioca con vivace e ungente ironia a fare la caricatura della raffinata poesia provenzale e degli ideali di amore spirituale e angelicato dei poeti dello Stilnovo.
Il Canzoniere di Cecco è costituito da circa cento sonetti,in cui sono presenti tutte le tematiche della poesia comico-relistica,ce celebrano in modo ostentato i piaceri della vita,con un linguaggio quotidiano e burlesco, i personaggi principali presenti all’interno delle sue poesia sono: l’amante Becchina,che vuole solo i suoi soldi, la moglie brontolona e pettegola,il padre avaro contro il quale si scaglia con rabbia.
Le sue opere più importanti sono:’S’i fossi foco’,’Quando mie donn’esce la man del letto’,’I’ho si gran paura di fallare’.

Rustico Filippi, poeta italiano di famiglia accesamente ghibellina. Di Rustico di Filippo restano 58 sonetti, dei quali 29 comprendono liriche auliche e cortesi, che svolgono in chiave di raffinata ma fredda eleganza la consueta casistica amorosa di tradizione siculo-toscana, e altri 29 anticipano, con il loro linguaggio violento e corposo, la poesia realistico-giocosa che culminerà in Cecco Angiolieri. Nei versi burleschi di Rustico di Filippo, contrastanti e complementari a quelli del dolce stilnovo, l’acutezza e l’ingegno servono a costruire vivaci e pungenti macchiette, che spesso però si risolvono in pura astuzia verbale.
Le sue opere spesso a sondo politico,il lamento della povertà espressi in un linguaggio fedele alla convenzione comica e cioè colorito basso e osceno.

Il Dolce Stil Novo


La definizione dello stile e della scuola poetica deriva dall’espressione dantesca “dolce stil novo”. Il poeta, che aveva partecipato da giovane al movimento, definisce nuova la tendenza poetica rispetto alle scuole siciliana e toscana, che ritiene dotte, ma viziate da intellettualismo e oscurità linguistiche.
Gli stilnovisti, al contrario, provano sinceri sentimenti (“come amor mi spira, noto”) e li sanno manifestare con immediatezza e vivacità (“a quel modo che ditta dentro”). In questo senso Dante Alighieri rivendica a se stesso il merito poetico, pur riconoscendo “padre” dello stilnovo il poeta bologneseGuido Guinizzelli. Opera stilnovistica dell’Alighieri è la “Vita nova”, raccolta di versi con ampio commento narrativo ed esplicativo in prosa, che espone l’amore per Beatrice dal primo incontro fino alla morte di lei e alla promessa di dedicarle un grande poema, che sarà la “Divina Commedia”: in questa sarà Beatrice a salvare Dante, prima affidandolo a Virgilio, poi, in Paradiso, conducendolo fino alla visione di Dio. La scuola stilnovistica si era sviluppata a Firenze con alcuni giovani verseggiatori, tra cui Guido Cavalcanti, Dante stello, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Cino da Pistoia e Dino Frescobaldi. Essi s’ispiravano all’amore, secondo i principi del Guinizzelli, per cui l’amore è proprio delle anime nobili nel senso di raffinate e colte.
La donna è vista come modello di angelo in terra, e il suo amore impone all’uomo di raffinare l’anima e il comportamento, osservando la correttezza morale e formale. La poesia stilnovistica, seguendo questi principi, elabora un linguaggio altrettanto raffinato ed elegante, liberando il volgare da eccessive influenze localistiche e preparando il volgare letterario italiano. Spesso gli stilnovisti seguono degli schemi: il “saluto” della donna che dà “salute”; l’ammirazione per la bellezza e la virtù di lei e il bisogno di imitarla; alcuni stilemi come gli “spiritelli” e la presenza stessa di Amore. In genere gli stilnovisti hanno un’ispirazione religiosa, tuttavia non presente nel Cavalcanti.

La prosa

Contemporaneamente alle correnti poetiche, si sviluppa anche la letteratura in prosa. Vengono scritti racconti e romanzi che copiano i due cicli narrativi più famosi del Medioevo: il ciclo bretone (re Artù) e il ciclo carolingio (cavalieri di Carlo Magno). Nascono le novella, cioè dei racconti brevi, che vogliono insegnare una morale (cfr. Il Novellino). Infine, fa la sua comparsa anche la letteratura di viaggio, prodotta da molti mercanti, che viaggiano in terre lontane e scrivono un resoconto di ciò che vedono (cfr. Il Milione di Marco Polo).